Eretici e città italiane nel Due-Trecento

Eretici e città italiane nel Due-Trecento –
…il Cavaliere porta la spada come ministro di Dio, loda i buoni e
punisce i malvagi, … (San Bernar

Eresia colta e popolare

La storia dell’eresia nel Medioevo è tutt’altro che lineare. Dopo le
grandi contese trinitarie e cristologiche che affaticarono non poco
la cristianità fra IV e VIII secolo, per un lungo periodo, grosso
modo dalla metà dell’VIII alla metà del XII secolo, l’eresia
praticamente scomparve dall’Europa cristiana. Ci furono sì qua e là
episodi definiti “ereticali”, ma si tratta, nella stragrande
maggioranza dei casi, di vere e proprie “stranezze”, generate per lo
più dal desiderio di uniformarsi all’insegnamento di monaci e di
eremiti, tanto più credibili ed influenti sulla società dei laici
quanto più distaccati dal mondo, e quindi legittimamente
“eccentrici”.

La nuova ventata ereticale che infuriò tra XII e XIV secolo si
distinse nettamente da quella dei primi secoli del Cristianesimo.
Intanto per localizzazione geografica: mentre le controversie
trinitarie e cristologiche agitarono soprattutto i fedeli dell’Asia
Minore, dell’Africa settentrionale e della Siria, l’ambiente dunque
eminentemente bizantino, con riflessi solo secondari, seppure in
qualche caso rilevanti, in Occidente, i nuovi eretici sono attivi
eminentemente nella Francia centro/meridionale e nell’Italia
centro/settentrionale.

Secondariamente, se i dibattiti dei primi secoli trovavano un
terreno fecondo in società fortemente acculturate, tanto che si
diceva che perfino nelle piazze si discutesse normalmente di
teologia, le eresie europee del basso Medioevo sono peculiari di
non-dotti. Non si tratta di esperti di retorica, o di logica.
Berengario di Tours, che non credeva nella realtà della
transustanziazione, è un isolato. Per lo più tra Due e Trecento noi
incontriamo tanti anonimi o quasi Giuliano e Maria accusati di
eresia. Gli eretici basso medievali non hanno libri, né scuole, né
maestri diversi dai genitori o da qualche predicatore di passaggio.

Una terza distinzione di non poco conto è rappresentata dalla presa
sulla società. Mentre le dispute teologiche dei primi tempi
interessavano quasi esclusivamente i vescovi, le eresie
bassomedievali si trovano diffuse all’opposto tra i laici di media
condizione. Anche per quel che riguarda il numero, i nuovi eretici
sono sicuramente molti di più degli antichi. Per queste ragioni
anche l’impero e i comuni, oltre naturalmente le autorità religiose,
furono obbligati ad interessarsi del fenomeno, non tanto per sincera
fede religiosa, quanto piuttosto per ciò che di destabilizzante gli
eretici potevano significare.

Periodizzazione

Sarà necessaria un’altra avvertenza preliminare. I grandi movimenti
ereticali del basso medioevo sono noti col nome di Catarismo,
Valdismo, movimento apostolico o dolciniano. Mentre i catari
nacquero, si svilupparono e morirono tra la metà del secolo XII ed
il primo quarto del XIV, i Valdesi nacquero sul finire del XII e,
com’è noto, sopravvivono oggi; i dolciniani, infine, ebbero una vita
molto più modesta, occupando pochi decenni a cavallo del 1300. Molto
si è discusso in passato circa l’origine dei catari, se si dovesse
intenderli come eretici frutto di un fenomeno di importazione,
dall’Oriente, od invece se si dovesse considerarli di origine
endogena all’Europa cristiana. Oggi normalmente si è d’accordo nel
ritenere il catarismo fenomeno tipico dell’Europa occidentale, con
una forte matrice cristiana, ma con indubbie influenze orientali.

Catarismo e Valdismo

Ma vediamo ora, seppure succintamente, i temi dottrinari, e
cominciamo da quelli tipici dei catari. Al fondo sta una piuttosto
netta distinzione fra due sfere di influenza del dio buono e del dio
malo. Tutto ciò che è spirituale, per dirla con una immagine usata
dagli stessi eretici, tutto ciò che sta dal cielo in su, pertiene al
dio buono. Tutto ciò che è carnale, e tende alla riproduzione della
carnalità, dal cielo in giù, pertiene al dio malo. L’umanità deve
liberarsi dall’influenza del dio cattivo per raggiungere la pienezza
della felicità nella comunione con il dio buono. Rifiutano dunque i
catari il consumo dei cibi carnei e delle uova, rifiutano il coito,
la gerarchia cattolica, negano la resurrezione dei corpi, negano
validità ai sacramenti, alle preghiere per i defunti, non credono
nella maternità di Maria né nella passione di Cristo; odiano la
croce e gli edifici ecclesiastici.

Il rifiuto della gerarchia cattolica genera una nuova gerarchia. I
fedeli si dividono in credenti e perfetti, a seconda che abbiano o
no ricevuto il consolamento, una specie di battesimo, o piuttosto
una cerimonia di iniziazione impartita mediante l’imposizione delle
mani di tutti i presenti, già perfetti. Più in alto stanno i
diaconi, collaboratori degli alti gradi. Al culmine di ogni
circoscrizione sta un vescovo, coadiuvato da un figlio maggiore,
destinato a succedergli, ed un figlio minore. Le diocesi catare sono
sette o otto, alcune più rigoriste, altre più moderate, con
distinzioni piuttosto modeste tra le diverse credenze. Il complesso
dei catari contava circa 4000 fedeli in Italia settentrionale, nella
prima metà del Duecento.

O almeno questa è la situazione che si ricava dai trattatisti
cattolici antiereticali, e dai verbali dei processi per eresia che
ci sono pervenuti, visto che, in verità, noi non abbiamo alcuna
testimonianza di parte ereticale. Quanto questa rappresentazione del
mondo ereticale si adegui al vero è piuttosto discutibile, ma ne
riparleremo più oltre. Per quel che concerne Valdo, l’iniziatore del
movimento che da lui prese il nome, tutto si originò da una sua
personale crisi religiosa, del resto non infrequente nel periodo,
basti pensare a quella per tanti versi analoga di Francesco
d’Assisi. Come Francesco Valdo è un ricco mercante che ad un certo
punto sente tutta l’insufficienza della sua esistenza, e decide di
mutare radicalmente vita. Vende ciò che ha e ne distribuisce il
ricavato ai poveri, non tenendo in alcun conto, fra l’altro, le
rimostranze della moglie che si vede ridotta in povertà. Abbagliato
da un racconto agiografico sentito sulla piazza, va da uno che sa
leggere e scrivere e si fa tradurre in volgare qualche brano, non
sappiamo neppure bene quale, della sacra scrittura, e si mette a
predicare in pubblico. A differenza di Francesco Valdo insiste nella
predicazione anche quando glielo proibiscono prima il vescovo
locale, poi addirittura gli esperti nominati dalla corte papale. La
mancata obbedienza fa di lui un eretico, lui che aveva iniziato a
predicare proprio con l’idea, che sarà la stessa di san Domenico, di
convincere gli eretici dei loro errori. Ancora in vita Valdo, che
non volle mai sentir parlare di una scissione dalla chiesa
cattolica, constatava che i suoi seguaci erano fortemente divisi tra
loro, e che una gran parte di loro era per una rottura definitiva
con la gerarchia ortodossa. Ma di per sé non c’è assolutamente nulla
in origine nella predicazione di Valdo, che suoni dottrinalmente
eretico. E difficile è dire quanto di eretico ci sia nella
predicazione dei valdesi dopo la sua morte, se si esclude la decisa
volontà di predicare in pubblico anche se non autorizzati, tanto poi
i valdesi si confusero con i catari.

Ancora più difficile enucleare i principi dottrinari dei dolciniani,
che praticamente si esauriscono nella volontà del capo, Dolcino
appunto, di non sottostare alle ingiunzioni delle gerarchie
ecclesiastiche.

L’inquisizione

Gli eretici vennero avvertiti, non subito, come un pericolo. Nei
primi anni furono i vescovi a farsi carico di ricercare gli eretici,
cercare di convincerli, eventualmente punirli. Ma la percezione del
pericolo crebbe a tal punto che si pensò ad un organismo dedicato:
nacque così tra 1231 e 33 l’inquisizione monastico-papale, che
sostituì del tutto quella vescovile. Gli inquisitori, di solito due
per ogni circoscrizione ereticale, dovevano render conto
esclusivamente al papa, ed erano quindi assolutamente liberi di
muoversi nelle diocesi, svincolati com’erano dalla giurisdizione
vescovile. Il nuovo officio della fede venne affidato ai nuovi
ordini mendicanti, francescani e domenicani, che davano maggiori
garanzie, per cultura, per fedeltà al papato, perché potevano
contare sui già numerosi conventi del loro ordine come basi di
appoggio, e sull’aiuto dei loro confratelli.

La famiglia inquisitoriale, composta da almeno un notaio, e da
diversi servi, si muoveva incessantemente alla ricerca degli
eretici, ovunque anche un accenno generico poteva far pensare che vi
fosse qualche cosa di eterodosso. Non sempre la ricerca aveva esito
positivo, anzi…. Una volta sentito il sospetto, e una volta
convinto dell’eresia, l’inquisitore comminava la pena relativa. In
qualche caso, raro, molto raro, il rogo, nella stragrande
maggioranza dei casi una multa, il cui ricavato, prevedevano
chiaramente le costituzioni pontificie, doveva esser diviso in tre
parti: una per le necessità dell’inquisitore e della sua famiglia,
una per la corte papale, una per il comune che avesse fornito aiuto
all’inquisitore, per custodire i prigionieri (il Medioevo non ha
conosciuto il carcere come istituzione permanente), per il vitto
degli inquisiti, eventualmente le cavalcature, o la legna per il
rogo.

Armanno Pungilupo

Chiediamoci ora, per venire al punto, nell’ordine: in che cosa
consiste effettivamente il pericolo rappresentato degli eretici
nella società del tempo? Come fu avvertito e in che misura? Qual’è
il senso proprio dell’eresia?

Cominciamo col riassumere una vicenda che, per quanto eccezionale,
risulta largamente emblematica. Il 16 dicembre 1269 muore a Ferrara
un certo Armanno, detto Pungilupo. La persona era conosciutissima in
città, e la notizia si sparge in un lampo: una gran folla si raduna
presso la sua casa. La salma viene portata in cattedrale e diventa
immediatamente oggetto di culto, non solo da parte dei ferraresi:
molti vengono a rendergli omaggio da diverse città del Veneto ed
anche da Bergamo. Subito cominciano i miracoli. Il 20 dicembre una
certa Nova è sanata da un tumore all’occhio; il 21 Gisla è guarita
di un braccio anchilosato dalla nascita e Marchesina, zoppa, è
completamente sanata; il giorno di Natale Tomasina da una fistola;
il 28 Adelasia riacquista la vista; il 29 Marinello è miracolato
dalla gotta; il 4 gennaio Angelo dalla gotta; il 5 Daniela zoppa e
Giovanna paralizzata; il 18 Benvenuto da un’ulcerazione; e altri da
altri mali, fino al 17 maggio. Si costruisce una cappella ed il
corpo di Pungilupo viene riposto in un lussuoso antico sarcofago che
si diceva provenire da Ravenna in cui aveva riposato l’imperatore
Teodosio. Gli ex-voto si fanno numerosissimi. A questo punto si
muove l’inquisitore. Interrogate diverse persone scopre che
Pungilupo era stato inquisito per eresia nel 1254, aveva abiurato i
suoi errori, ma poi evidentemente era tornato all’eresia, perché
aveva frequentato molti eretici noti, da Rimini a Verona, ed anzi a
Verona aveva ricevuto il consolamento. Frate Aldobrandino
inquisitore ingiunge di esumare il corpo di Armanno e di gettarlo
fuori della chiesa. Il capitolo della cattedrale non obbedisce e
l’inquisitore scomunica i canonici ed interdice la cattedrale. I
sacerdoti del capitolo reagiscono preparando una deposizione di vari
sacerdoti ferraresi che attestano l’ortodossia di Armanno e si
appellano a papa Gregorio X, che affida la questione al cardinale
Giovanni, futuro Nicolò III. La protesta del capitolo ottiene un
primo, parziale successo: Giovanni scrive a frate Aldobrandino
inquisitore di sospendere la scomunica.

L’inquisitore non si dà per vinto ed intensifica le sue indagini, e
raccoglie numerose altre testimonianze sull’eresia di Pungilupo. Nel
1276 muore papa Gregorio, e la questione passa nelle mani di papa
Nicolò III, che comunque lascia irrisolta la cosa. Nel 1284 frate
Florio, succeduto ad Aldobrandino riprende con energia e puntiglio
ad indagare, ed alla fine del 1285 ripropone il dossier Pungilupo ad
Onorio IV. Rispondono i canonici della cattedrale facendo riscrivere
il 4 ottobre 1286 le deposizioni dei miracolati del 1269 e 1270 e
quella dei sacerdoti ferraresi del 1272. La morte di papa Onorio nel
1287 aggiorna la discussione del caso. Frate Florio continua a darsi
da fare, e raccoglie nuove testimonianze a sfavore. Con Bonifacio
VIII la questione viene affrontata con maggiore sollecitudine. Agli
inizi del 1300 il pontefice ingiunge ai canonici di presentarsi alla
curia romana. Il 6 aprile Bonfamilio, procuratore del capitolo
chiede udienza, ma non è ammesso alla presenza del papa. Fa allora
redigere una protesta scritta e lascia a Roma un suo procuratore con
un memoriale. L’esame della questione è affidato al cardinale
Giovanni di San Nicola. Il 13 gennaio 1301 invia una lettera a frate
Guido inquisitore perché si consigli con il vescovo di Bologna ed
altri esperti di diritto ecclesiastico e civile. Il 22 marzo
l’inquisitore emana la sentenza di condanna, ed il 23 ingiunge
l’obbedienza della medesima al podestà ferrarese. Di notte si
procede alla riesumazione dei resti di Pungilupo, alla loro
cremazione e dispersione delle ceneri nel Po. Il popolo che apprende
la cosa il mattino seguente tumultua, ma ormai la faccenda é
definitivamente chiusa.

Questa lunghissima vicenda, trent’anni!, è estremamente
significativa. L’eresia di Armanno appare alle prime indagini
estremamente labile. Accuse generiche, quando non risibili,
permettono niente più di un sospetto. Ma è il battage sui miracoli
del sant’uomo ad imporre all’inquisitore una attenzione particolare.
I canonici ferraresi che esibiscono la santità di Armanno tentano di
appropriarsi della tutela sul comune sentimento e manifestazione
religiosa, che invece è monopolio, sotto il profilo dell’ortodossia,
dell’inquisitore, e ne mettono in discussione la stessa
legittimazione. Addirittura i buoni sacerdoti ferraresi propongono
col Pungilupo un modello di vita cristiana indipendente dalla sua
collocazione gerarchica: Pungilupo non è sacerdote, né monaco, né
riveste alcuna importanza nell’amministrazione cittadina. Un modello
di vita cristiana tutto fondato sull’esercizio delle buone opere,
sull’assistenza a malati e carcerati, e su di una lettura semplice
ed ingenua del sacro testo che tenta di coglierne solo lo spirito
più immediato ed emozionale. E proprio in base a questi paradigmi
piuttosto che rifiutare alcuni dogmi si dimostra sospettoso nei
confronti di certi principi di difficile comprensione, quale quello
della transustanziazione. Ed è un modello che si diffonde in maniera
impressionante: i miracolati provengono di lontano, dalla Romagna,
dall’Istria, da Brescello, da Bergamo. L’inquisitore a questo non è
preparato. Sa che l’eretico si comporta come gli dicono che si
comporta i manuali per gli inquisitori: appartiene ad una precisa
setta ereticale, sostiene certi errori dottrinali. Così la sua
preoccupazione è quella di esemplificare il manuale: trova i
principi dottrinali, non importa se esigui ed alquanto confusi,
trova testimoni dell’appartenenza di Pungilupo ad una setta, ma a
caricare la dose mostra l’eretico in contatto o addirittura credente
di altre sette, che pure i trattatisti dicevano in feroce contrasto
reciproco, ma di nuovo importa poco. Quel che interessa non è
esibire un modello di coerenza, ma un modello di eretico, che per
essere tale deve essere incoerente, e deve contrapporsi alla chiesa.
Allora l’accusa più ricorrente sarà quella di parlar male degli
uomini di chiesa. L’esemplificazione del manuale è perfetta,
l’eresia di Pungilupo incontrovertibile. I canonici ferraresi non si
rendono conto della vera entità della partita. Forse, come diceva
qual terribile pettegolo che era frate Salimbene da Parma, volevano
semplicemente approfittare dei proventi della fama di santità di
Armanno. La questione è ben altra: quell’uomo parlava di boni
homines e di bona opera e di boni christiani, non credeva nella
bontà dell’ordinamento gerarchico della chiesa, anzi soprattutto i
frati mendicanti lo trovano astioso nei loro confronti. Il clero
locale si mostra disposto ad ammettere una pluralità di
manifestazioni di religiosità e di pietà, come dimostra il suo
favore per le organizzazioni di penitenti e per il culto spontaneo
di santi laici. L’inquisitore invece non ammette alternative, perché
l’intero sistema non lo prevede. Quella che egli vede messa in
forse, in definitiva, è in realtà l’autorità stessa del magistero, e
questa riafferma. Il pericolo ereticale è il pericolo che si incrini
la razionalizzazione del potere decisionale ecclesiastico. Di qui
l’invenzione del processo come strumento terribile e rassicurante ad
un tempo. Siamo quindi ad un livello ben diverso dai semplici
contrasti fra clero locale e ordini mendicanti, un livello più alto,
così come ben diversamente vanno intesi i moti popolari contro le
decisioni degli inquisitori, che non sono solo segni di insofferenza
emozionale per la prepotenza altrui, ma, consciamente o no non
importa, la registrazione della non ammissibilità di comportamenti
alternativi.

In un sistema totalizzante il ribelle, l’eretico, non ha spazio.
L’inquisitore sostiene che Pungilupo è eretico; il clero locale che
è un santo. Per circa trent’anni la questione rimane impregiudicata,
fino a che l’inquisitore raccoglie materiale sufficiente per la
condanna. Il caso di Pungilupo è evidentemente singolare, ma non
assolutamente anomalo: di condanne a largo spazio di tempo ne
conosciamo moltissime, senza contare le frequentissime sentenze post
mortem. Ora io non credo affatto ad una reazione di tutta una
società all’eresia, come vorrebbero alcuni miei colleghi, perché
allora vicende come questa risulterebbero del tutto incomprensibili.
Sicuro però è che l’eresia venga presentata come elemento di
disgregazione del vivere civile. L’eresia è una vita irrazionale, al
di fuori del normale ordinamento sociale, e della gerarchia sociale
e religiosa a un tempo. Siamo di fronte ad un episodio della marcia
metodica ed inarrestabile dei due ordini mendicanti titolari
dell’inquisizione, domenicani e francescani, verso l’affermazione di
una volontà decisamente egemonica nel mondo cittadino italiano, e
perché tale non necessariamente esclusiva, ma necessariamente tesa
ad inglobare qualsiasi forma di attività umana in una “ratio”
etico-sociale “prevista”.

Chiesa, imperatori, comuni di fronte all’eresia

Se ora ci spostiamo ad un ambito più generale possiamo enunciare
alcuni punti fermi.

1. Il quadro degli eretici che si ricava dai trattatisti e dai
manuali inquisitoriali non è affatto credibile. Invece che ad eresie
organicamente strutturate, coerenti, come noi troviamo nei trattati
inquisitoriali, siamo di fronte ad un mondo pervaso da un “malessere
ereticale”, un mondo alla cui base ci sono istanze pauperistiche,
aspirazione ad un rinnovamento integrale della Chiesa, desiderio da
parte dei laici ad una maggiore partecipazione alla vita spirituale
in qualità di attori e soggetti; un malessere determinato dalle
incongruità della realtà in cui i singoli operano; un disagio in cui
motivi religiosi e politici e istanze sociali si incrociano.
L’eretico è colui che non riesce a tenere il ritmo di rapida
trasformazione di quei tempi, e che risolve questa sua incapacità in
scelta spirituale esistenziale. L’esperienza religiosa degli eretici
si muoveva parallela al fluire della vita degli uomini, quando non
estranea alla dinamica delle relazioni istituzionalizzate tra
individui, gruppi ed enti. Ciò fu all’inizio un elemento di forza;
alla lunga si trasformò in motivo di debolezza: l’estraneità
rispetto al divenire storico divenne un gravissimo limite.

2. Gli uomini di chiesa preposti a combattere l’eresia hanno
tuttavia l’assoluto bisogno di vedere il fatto ereticale in termini
istituzionali. L’eresia è un mostro dalle cento facce – alcune delle
quali sono anche il turpiloquio, la sodomia, l’usura e
l’appartenenza alla razza ebraica – che solo nella razionalità di un
trattato può acquistare un aspetto credibile, ma soprattutto
“conoscibile”. Bernard Gui, il terribile inquisitore de “Il nome
della rosa”, è tutto teso a codificare ciò che a noi sempre più
sembra difficilmente codificabile.

Il fatto è che negli atti dei processi per eresia che ci sono
pervenuti sono molti i passi da cui risulta che gli inquisiti non si
rendono affatto conto di essere eretici, non hanno mai sentito
parlare delle sette che li si accusa di ingrossare, partecipano
attivamente agli atti di culto della chiesa cattolica, celebrano i
santi, chiedono indulgenze, si confessano, fanno atti di penitenza,
di carità e di devozione, tutto quello, vale a dire che i trattati
dicono essere rifiutato e combattuto dagli eretici. Altro che di
fronte ad una antichiesa quasi tutto ci porta a concludere che
quelli che ci vengono presentati come eretici credono fermamente di
essere cristiani.

Gerardo Segarelli è uno zotico e ignorante, ma moltissimi a Parma
credettero in lui. La ragione del successo non è nella dottrina,
perché nella sua predicazione non c’è nulla di nuovo, ma perché,
come dice un teste «era un buon uomo e diceva belle parole», che non
si sanno ripetere, e non per reticenza: la stima per l’eretico
deriva dalla loro credibilità, è un buon uomo, per cui altrettanto
buona deve essere la dottrina che predicano, qualunque essa sia.

3. La morte del catarismo è dovuta alla sua completa aleatorietà
istituzionale. Il ruolo dell’inquisizione, più che efficace nella
repressione (che repressione è, se per lo più si condannano eretici
defunti?), lo è nel togliere ogni spazio a qualsiasi pratica di
pietà religiosa, che è regolamentata e monopolizzata dalle
confraternite parainquisitoriali. Su questo piano, e non certo su
quello dottrinale, dove non c’era da impegnarsi a fondo, stante il
modesto patrimonio dottrinale del catarismo, l’istituzione
ecclesiastica ha il sopravvento, per la sua capacità di “prevedere”
ogni comportamento in merito. 4. Se poniamo attenzione alla storia
del vario atteggiarsi della legislazione comunale in tema di eresia
si vede chiaramente come essa non apparve come un pericolo fino al
terzo decennio del secolo XIII. I comuni dimostrano più consapevoli
affermazioni d’autonoma competenza che uno spirito disciplinato alle
direttive pontificie. La svolta è segnata dagli statuti di Brescia
del 1230, che furono il modello per quelli successivi di Padova,
Verona, Vicenza, Treviso, Bologna, Ferrara. L’eresia, perseguita
come crimine di lesa maestà richiede l’intervento del podestà. Ma fu
solo dal 1252 che la persecuzione sistematica delle sette venne
eretta ad elemento essenziale dell’edificio sociale in ogni città.
Giusto dalla seconda metà del secolo si infittiscono i nomi degli
eretici. Ma è anche il momento in cui l’ordinamento cittadino si va
nettamente trasformando, ed ecco le città, guelfe o ghibelline che
fossero, alla ricerca del compromesso che facesse salva la loro
autonomia nello stesso momento che si attuava il delicato passaggio
dagli ordinamenti repubblicani alle prime espressioni del
centralismo signorile. Un buon numero di statuti, ancora nella
seconda metà del Duecento e nei primi anni del Trecento non contiene
norme contro l’eresia: Chianciano (1287), Pistoia (1284 e 1296),
Firenze (1293), Bassano (1259 e 1295), Modena (1306-07), Cremona
(1339), e sono numerosissimi gli episodi di intolleranza popolare
dell’azione inquisitoriale a Rimini, Faenza, Parma, Bologna. Con
difficoltà a Como nel 1255 ed a Ferrara nel 1268 gli statuti
recepiscono le norme antiereticali; Genova si rifiuta di farlo nel
1256; a Mantova i magistrati intralciano l’operato degli
inquisitori; Firenze insiste nel rifiuto; Padova a malincuore
obbedisce; Verona inserisce nel 1270 alcune norme antiereticali, ma
altre sono ignorate. Del resto la promulgazione della normativa
antiereticale non significa automaticamente una presenza eterodossa.

Insomma gli eretici sono nella legislazione comunale un pericolo
assolutamente generico: una generica previsione normativa riferiva
al podestà la punizione di eretici, sodomiti, girovaghi,
saltimbanchi, meretrici, adulteri ed alchimisti.

L’eretico, per definizione, sfugge all’autorità, o meglio, sfugge
alla prevedibilità. Sia che propongano la trasparenza delle opere di
carità vicendevole in opposizione alle astruserie dottrinali, sia
che stabiliscano incontri, contatti, scambi di idee ed esperienze al
di fuori degli ambienti e strutture normalmente intese a quello
scopo, sia che prospettino visioni dell’aldilà non ortodosse, sia
che si dedichino a rituali difformi, gli eretici non si propongono
come contestatori dell’ordine cittadino, mai. Il loro essere –
meglio il loro fare – “diverso” è in contrasto esclusivamente con il
monopolio delle manifestazioni religiose, soprattutto con quello
rivendicato dai Mendicanti. Se il Comune avanza pretese di
giurisdizione in merito è perché la Chiesa lo costringe a farlo.

Il fatto è che i nostri eretici, altro che essere emarginati, sono
invece perfettamente integrati nella società cittadina, per quanto
personalmente “a disagio”. Gli statuti di Verona e Treviso prevedono
la distruzione delle case abitate dagli eretici; quelli di Verona
anche il bando dalla città e dal distretto dei sospetti. Eppure mai
finora è stato possibile documentare l’attuazione di queste norme.
Multe sì, in sovrabbondanza, ma distruzione delle case… Ed un
altro segno evidente è dato dal fatto che molte in tutta l’Emilia e
la Romagna sono le sollevazioni popolari cittadine contro
l’accanimento dell’inquisitore nei confronti di alcuni indagati per
eresia, in qualche caso fino alla violenza, segno manifesto del
perfetto inserimento di questi personaggi nella realtà urbana, oltre
che della loro “accettazione” popolare sotto l’assisa del
gradimento. Nella sentenza nei confronti di Paolo Trentinelli a
Bologna sono messe in evidenza le pressioni esercitate dal vescovo,
dal podestà, dai capitani, degli anziani del popolo e di molti
religiosi in favore dell’assoluzione. Ancora a Verona gli eretici
sono assimilati ai ladri ed agli omicidi, ma mai è possibile neppure
lontanamente desumere dagli atti, interrogatori, condanne ed abiure,
che nella coscienza dei contemporanei tali delitti siano assunti
come analoghi. E lo stesso vale per gli ebrei: se dopo il 1301 a
Ferrara l’azione inquisitoriale si rivolge quasi esclusivamente
contro gli ebrei ciò naturalmente non significa che essi siano
assimilati agli eretici, ma solo che la battaglia contro il
“diverso”, ma perfettamente inserito nella macchina cittadina,
continua, anche nell’assenza di eretici.

Anzi si potrebbe dire che l’azione inquisitoriale, se considerata
come monopolio degli ordini mendicanti, costituisce un’occasione,
rapidamente colta ed ampiamente sfruttata, per porsi sempre più,
come ha acutamente colto Giacomo Todeschini, «quale catalizzatore
non soltanto della storia salvifica, ma soprattutto e
quotidianamente della storia dei rapporti sociali cittadini, come
momento di mediazione istituzionale tra forme del potere e loro modo
di manifestazione politico-culturale».

Ma l’importanza sociale del fenomeno? Ormai è definitivamente
tramontata l’idea di chi, come Gioacchino Volpe, pensava che sotto
l’eresia si agitassero fermenti e rivendicazioni sociali e
politiche. Quasi mezzo secolo di indagini sul campo hanno dimostrato
come senza ombra di dubbio non è in alcun modo possibile stabilire
una stretta relazione tra ambienti e ceti ed eresia. Che è
assolutamente interclassista ed ubiquitaria. Annovera tra le sue
fila la nobildonna ed il contadino, il commerciante e l’artigiano ed
il banchiere, il cittadino ed il campagnolo. Si sono spese tante
energie e fatiche per analizzare il reclutamento sociale degli
eretici, e la conclusione unanime è che si tratta di argomento del
tutto insignificante; lo stesso è stato per l’addensamento
ereticale, per gli eretici e il matrimonio, gli eretici e il lavoro.
Perfino per l’accusa di usura che ogni tanto si rivolge agli
eretici, Massimo Giansante ha concluso che l’attività feneratizia in
realtà non interessa affatto l’inquisitore, il quale, d’altra parte,
anche quando le circostanze processuali lo inducono ad imporre la
proibizione, dimostra comunque in proposito un tiepido interesse ed
un’ampia possibilità a soluzioni di compromesso. Il prestito a
interesse è tema troppo importante, si potrebbe osservare, per
confinarlo nell’indagine ereticale, e la partita va giocata in
grande, non qui. Una sola cosa si può affermare con sicurezza per
quest’aspetto: non ci sono tra gli eretici personaggi colti, di qui
l’osservazione del Delaruelle: «siamo nel mondo popolare, non in
quello dei chierici: la critica dunque non sarà di carattere
intellettuale e teologico, piuttosto affettiva e passionale».

Così che oggi si pensa comunemente che gli aspetti sociali
dell’eresia risultino rilevanti solo per quel che concerne la sua
diffusione, e non la sua genesi. Credo che le cose stiano
diversamente. Mi pare abbia ancora valore quanto scriveva, ormai
mezzo secolo fa, Eugenio Dupré Theseider: «Gli eretici appartengono
al mondo tipico del comune di popolo: mondo vivace ed irrequieto, ma
non propriamente inquieto, né desideroso di profondi mutamenti
sociali; mondo disegualmente provvisto, ma non sprovvisto di beni di
fortuna, e perciò non tentato di servirsi della religione per
migliorare le proprie condizioni». Il che, come ben si capisce, non
è affatto negazione del valore sociale, per dir così, “di riverbero”
dell’eresia, ma, al contrario tentativo di interpretazione del
valore sociale nella nascita di un’eresia. Nella stessa direzione
portava una delle conclusioni del monumentale studio sui catari di
Arno Borst: questi eretici non hanno contato nulla nell’ambito della
politica, della scienza, dell’arte, della filosofia, sono scomparsi
senza lasciare traccia in quegli ambiti. Hanno scelto di muoversi su
un terreno diverso: quello della religiosità popolare, e sono stati
costretti a farlo nell’impossibilità di imboccare altre strade. E
vicino a quella conclusione arrivava anche chi, come Manselli, era
partito da posizioni tutto sommato – non suoni scandalo – di
apologetica eterodossa, quelle moderniste di Raffaello Morghen.
Infatti Manselli, nella riedizione del 1975, si ponga attenzione
alla data, dei sui Studi sulle eresie del secolo XII, scriveva:
«Tutto quanto abbiamo fin qui detto, ci induce a proporre – e lo
facciamo in questa sede per la prima volta – l’eresia catara come la
manifestazione, sul piano religioso, della inquietudine esistenziale
di una larga parte delle masse, specialmente urbane, tra i secoli
XII-XIV, in relazione alle difficoltà d’ogni genere, sociali,
economiche e politiche relative alla formazione di una nuova
società, quella che sarà poi la società del Quattrocento e dell’età
moderna. Questo movimento – proseguiva poi Manselli – raccoglie e,
per molti aspetti, mette in evidenza il malessere vario, diffuso,
molteplice d’una società che faticosamente, tormentosamente, spesso
tra lotte non di rado anche sanguinose, si viene costruendo le sue
articolazioni, le sue nuove forme di vita in un incessante
travaglio, nel quale vengono eliminate direzioni sbagliate,
tentativi vari ed inutili, speranze mal riposte o addirittura
infondate, mentre i partecipi di questo processo di trasformazione
ne avvertono – e spesso ne soffrono in prima persona e direttamente
– tutta la durezza e spesso l’indifferente crudeltà». Allora, come
diceva ancora il Borst, l’eresia non ha origine in uno stato
sociale, ma essa ha agito su quello stato, e ne è stata
condizionata. E non parla uno dei maggiori storici del Medioevo,
Giovanni Tabacco, di «instabilità delle istituzioni nelle città
comunali del XIII secolo come risposta ad una esigenza di raccordo
immediato tra i ceti emergenti della società cittadina, o in essa
confluenti con potenza di mezzi dal contado, e l’esercizio del
potere politico»? E chi di quei ceti emergenti non faceva parte? Il
suo ruolo poteva essere solo passivo.

Se il grado di convincimento di una interpretazione è direttamente
proporzionale alla sua coerenza interna e con i dati che provengono
da indagini ad essa esterne, ebbene credo che la mia interpretazione
dell’eresia sia tra le più convincenti. Solo così si capisce come la
scelta ereticale possa raccogliere il consenso dei ceti sociali più
diversi: ognuno vi porta la sua parte di malessere e vi trova una
collocazione confortante che altrove non è possibile individuare: la
nobildonna sensibile poteva trovarvi una religiosità intensamente
vissuta, il cittadino dedito agli affari o alle attività produttive
considera gli eretici uomini santi, degni di quella stima e rispetto
che il clero, soprattutto quello regolare, troppo impegnato
funzionalmente nei confronti del potere, non guadagna, come
testimonia Salimbene da Parma, il pitocco vede in loro qualche segno
di speranza.

5. Questi uomini che fanno penitenza, partecipano della vita del
prossimo, raccolgono offerte per i bisognosi e visitano i
prigionieri, affidano il proprio vissuto religioso alla pratica,
stimano i buoni uomini e sono stimati come buoni, rispondono alla
prepotente esigenza, individuale e di gruppo, di essere cristiani.
La loro è una sfida sul piano della qualità della testimonianza
cristiana in vista della salvezza personale; non giudicano,
testimoniano il Cristo; non pretendono coerenze, cercano di essere
degni della salvezza. Perché non è il confronto tra eretici ed
ortodossi il terreno proprio su cui misurare il grado della propria
adesione alla vita cristiana: il confronto avviene solamente davanti
allo specchio, ed è solo proporzionale al grado del proprio impegno.
Proprio in questo sta la loro carica eversiva, nel loro non essere
omologati. Ma la loro “pericolosità sociale” sta in altro. La
credibilità degli eretici, ed il conseguente consenso in larghi
strati popolari, trova una sua ragione nella sincerità del loro
atteggiamento e comportamento, perfino indipendente dalle dottrine
che predicano. Il pericolo rappresentato dal diffondersi di un
simile atteggiamento di consenso consiste nell’implicita ma
gravissima negazione della credibilità gerarchica. Bonigrino di
Verona, eretico scoperto e condannato a Bologna, subordina
chiaramente nel suo interrogatorio la legittimità degli atti del
papa e degli «alii de Romana Ecclesia» alla loro coerenza con i
«mandata Christi»: se questa coerenza c’è essi sono i capi della
chiesa, altrimenti no. Si rifletta sul fatto che non sono pochi i
casi in cui risulta chiaramente ed esplicitamente che la gente aveva
accettato un eretico senza in realtà capire e ritenere nulla di
quanto diceva sul piano dottrinale, al punto che non se ne ricordava
nulla: «multa dicebat que ipse nesciret dicere vel explicare et de
quibus non recordatur».

«Se il fondamento della Chiesa, che invera storicamente il
Cristianesimo è l’autorità, «extra ecclesiam nulla salus»: e allora
ogni autorità «extra ecclesiam», cioè istituzionalmente non valida e
perciò non legittima, dà luogo solo alla perdizione, cioè
all’eresia», ha osservato pertinentemente Ovidio Capitani. Ma se
Capitani ritiene che : «è difficile pensare che almeno Dolcino di
ciò non fosse consapevole», per la sua volontà di non voler cedere
anche nel mo rappresentare automaticamente con il proprio
comportamenmento in cui viene imprigionato e torturato, io credo che
l’inconsapevolezza di di costituire con il proprio comportamento una
denuncia della legittimità dell’autorità fosse per gli eretici la
norma. Altrimenti bisognerebbe pensare che la resistenza armata
fosse per loro inevitabile, a meno di non supporre che l’ideale di
una lotta non-violenta esistesse nel basso Medioevo, ben prima del
mahatma Gandhi. Si potrebbe dire che fosse molto più semplicemente
la paura a guidare prudentemente la scelta di una eresia
sotterranea. Ma chi riesce ad immaginare un Gerardo Segarelli o un
Armanno Pungilupo come membri di una società segreta? Loro che sono
proiettati in uno scenario pubblico clamoroso, ed anzi venerati
proprio per giganteggiare sul palcoscenico? Come si può parlare di
consapevolezza per quei due eretici di Perugia, citati dal Dupré,
che si sforzano di spiegare quella «fides paterinorum» in cui
credevano e che, aggiungono «credebamus fuissa ctholicam»? Valga per
tutti l’osservazione che fu già di Christine Thouzellier: «L’eretico
ha coscienza di essere ortodosso». E ben al di là del problema della
consapevolezza, per lo stretto rapporto esistente tra spiritualità,
sistema istituzionale ed ecclesiologia,ogni movimento a matrice
spirituale aderisce comunque ad un’istituzione, presuppone un
sistema istituzionale, o tende a mutarlo, a crearne uno diverso; ed
anche se respinge un simile impegno nei confronti delle istituzioni,
promuove oggettivamente la formazione di un sistema modificato, se
non altro come reazione.

Non possiamo dimenticare che c’è chi pensa diversamente, e delinea
le cose più o meno in questo modo. Il moto ereticale è
necessariamente alternativo anche dal punto di vista istituzionale,
ed alternativo tanto per il mondo ecclesiastico quanto per quello
laico. Ma quella «drastica frattura sociale fra clero e classi
dirigenti laiche», come si esprimeva Miccoli, cui gli eretici
miravano non si verificò è questa fu la ragione principale della
scomparsa del catarismo. La fede eterodossa è, ad esempio, un
importante elemento di identità per i montanari piemontesi, ma non
tale, per i suoi aspetti ideologici e per il quadro socio-politico
in cui si inserisce da farli diventare dei “rivoluzionari” o dei
“rivoltosi”, ha sostenuto Grado Merlo. Ho spiegato lungamente in
numerose altre occasioni come ciò non mi convinca affatto,
soprattutto rilevando come quella dell’efficienza inquisitoriale sia
una favola, buona per la propaganda del Medioevo, ma inaccettabile
per lo studioso moderno. L’eresia è invece un contenitore vuoto,
ricco di connotazioni ma inverificabile nei singoli elementi che
costituiscono il suo insieme, per usare una terminologia propria
dell’analisi matematica. Al contrario di quel che pensava Merlo
cogliendo lo spunto dalla vicenda dei suoi montanari piemontesi,
l’eresia non è l’occasione perduta per una rivoluzione; come diceva
efficacemente Borst, invece, quella del basso medioevo è l’eresia
del ceto medio. La repressione inquisitoriale – ripeto qui – è
fondamentalmente la decisa reazione ad una proposta comportamentale
che viene non dall’autorità, ma al di fuori di essa e senza il suo
controllo, ed ecco messi in campo strumenti giuridici, decretali e
statuti, ed istituzionali, inquisizione e confraternite, per
recuperare ed omologare chi si è mosso dal basso, ma tende a
coagulare un vasto consenso.

Ma salvezza personale o salvezza di gruppo o salvezza di tutti? La
società del basso medioevo è indubitabilmente tutta cristiana. In
quella fede tutti si riconoscono. Ma è anche una società religiosa?
99 su 100 credono in Dio; ma la Chiesa? Gli eretici sono coloro che
non hanno punto, o poca, fiducia nell’operato di questa Chiesa,
ricca, compromessa con i potenti, essa stessa potente nel suo
apparato di possessi, di gerarchia, di egemonia culturale e spesso
politica. Il messaggio evangelico è normalmente pensata come altro
da questo. Per cui l’incoerenza degli uomini di chiesa risulta
evidente, la credibilità dei predicatori, che pure tengono banco in
tutte le città, modesta. Soprattutto la via predicata per la
salvezza non li convince. Bisogna fare, non parlare. Bisogna
stringere i rapporti con gli altri sulla base della carità, della
solidarietà, degli atti quotidiani di sollecitudine, di assistenza
ai bisognosi, ai malati, ai poveri. Se la sollecitudine verso il
prossimo è predicata da tutti gli ecclesiastici ed i religiosi, non
la si vede poi in pratica. Salimbene de Adam dice che gli eretici
non servono a nulla, perché non confessano, non amministrano i
sacramenti, non hanno cultura, non possono insegnare le sacre
scritture, come fanno i frati minori. Eppure, combattuti su tutti i
fronti, gli eretici sono insoddisfatti del mondo in cui vivono, e lo
vorrebbero diverso.

Le città sono piene di preti, religiosi e suore; e proprio questi
sono coloro che nella stragrande maggioranza dei casi hanno meno
senso del prossimo, meno senso della comunità e dei bisogni degli
altri, dunque meno cristianesimo reale. Il giudizio non potrebbe
essere più severo. Chi è estraneo ai giochi politici, di potere, di
arricchimento, delle scuole, è una minoranza, ma è presente, e vive
nell’insensibilità della classe dirigente. Di fronte al
moltiplicarsi dei trattati di etica politica rivolti ai governanti
cittadini, si assiste al tramonto di ogni etica nel prevalere degli
interessi di parte. «Pace! Pace!» invocano i predicatori, ed è
sempre scontro. Crescono gli episodi di illegalità e di
prevaricazione, di fronte ai quali si è per lo più impotenti, «le
leggi vi son ma chi pon mano ad elle?» lamenta Dante. Le parrocchie
sono dei distributori di sacramenti, ma non si preoccupano
«dell’uomo intero». Dov’è la giustizia sociale, l’impegno delle
istituzioni nel tutelare il bene comune? Remigio de Girolami
sostiene che quello è l’alto compito del governante, e testimonia
proprio con i suoi trattati e sermoni che ne siamo lontanissimi. E
oltre l’invocazione, per quanto accorata, nessuna proposta concreta.
L’invito ai personaggi eccellenti è in realtà indifferenza urbana.
Gli eretici fanno parte di questa minoranza cittadina, e ad essa si
rivolgono. Non ottenendo ascolto dalla parte prevalente fanno
un’opzione diversa: non affollano le chiese, non infoltiscono le
schiere dei religiosi, che sentono estranei alla loro tensione
esistenziale e sociale. Procedono per tentativi, per lo più con
scelte personali e quotidiane, più facili da attuare. Non preghiera,
ma operatività. Qualche volta le scelte personali si impongono ad un
gruppo, hanno vita e presa più ampia. Quando il “modello” Pungilupo
brilla, la sua “eresia”, scelta religiosa, appare in tutta la sua
incontrovertibile forza sociale. Il suo comportamento in vita è
compiuta e gratificante visione del mondo e dei rapporti umani,
fondata su di un’esplicita volontà di solidarietà. La mistica è
ignorata, ma il miracolo rinfranca ed avvalora e moltiplica la forza
del modello. Il simbolo di una chiesa viva è credibile diviene
l’eretico che nel suo operare è tangibile e credibile.

Ma è proprio religiosità? Massimo Cacciari, filosofo, ex-comunista
osserva oggi: «Occorre distinguere: il bisogno sociale di identità
che si esprime soprattutto nella miriade di movimenti settari, anche
all’interno del cristianesimo, è l’esatto opposto della
spiritualità, ne è la negazione». Credo si possa essere d’accordo
con Cacciari, in generale; ma per quel che riguarda i nostri eretici
la setta, ereticale nella fattispecie – ma essendo comunque scelta
“cristiana” non è consapevolmente e volontariamente “setta” -,
misura proprio l’identità di fede dei suoi aderenti. Può sembrare un
paradosso, ma se ci si sente veri cristiani facendo cose diverse da
quelle volute dalla gerarchia ecclesiastica, non per contestare la
gerarchia, ma perché la si sente inadeguata a perseguire gli stessi
scopi per i quali essa si presenta attiva, la contestazione di
quella identità religiosa, e sociale, è formulazione della necessità
di una diversa identità religiosa, e sociale. Perché Dio non lo ha
mai visto nessuno, si legge nel vangelo di Giovanni, e le buone
piante si riconoscono dai loro frutti, dice Cristo. Si può parlare
di Dio, ma ci si salva solo vivendo tra gli uomini. Ha detto Merlo
del Pungilupo: «per lui non è in gioco un’ortodossia tutta giuridica
e intellettuale, sono in gioco i valori profondi di una religiosità
che deve esprimersi in atti di bene, indipendentemente dalla
collocazione sociale e “ideologica” dei destinatari degli atti.
Armanno è un militante della misericordia cristiana, non il membro
di una chiesa o una setta eterodossa: egli esperimenta in modo
individuale, non individualistico, la “libera costrizione” del
messaggio cristiano che lo porta in contatto con persone e gruppi
nei quali vedeva un’ispirazione analoga».

La nuova religiosità ereticale riempie dunque i vuoti lasciati dalle
istituzioni, ecclesiastiche e laiche. Ma per tornare a Cacciari
chiediamoci: questo fenomeno testimonia delle tendenze disgregative
presenti nel basso medioevo italiano, o non è piuttosto, come
risulta evidente nella Storia religiosa d’Italia di Giovanni
Miccoli, l’anima vera della cristianità, “tradita” dalle gerarchie e
perfino dagli stessi ordini nuovi, i mendicanti? Mi pare che la
risposta possa essere inequivoca.

L’irrobustimento dell’apparato concettuale e teorico politico ed
economico conosce proprio tra Due e Trecento il massimo
dell’accelerazione. Se ai giorni nostri la caduta ideologica può
aver aperto la strada ad un rigurgito di spiritualità, oltre che
alla miriade di movimenti settari riconosciuti da Cacciari,
nell’Italia bassomedievale l’apparato ideologico si definisce e si
rafforza. La forza dei gruppi definiti dalla chiesa ortodossa
“eretici” è tipicamente di retroguardia, religiosa ma anche sociale.
Molti di loro, come gli antichi seguaci di Ezzelino da Romano, sono
degli sconfitti, politicamente ed inesorabilmente anche sotto il
profilo economico; ma la stragrande maggioranza è formata da coloro
che poco contano. Non li si trova nelle corti signorili né
nell’apparato comunale, né in alcuna cancelleria. Poco contano per
quel che riguarda il potere, ma non è così per quel che concerne la
loro influenza sociale. E la riprova è fornita proprio
dall’interessamento dell’apparato repressivo nei loro riguardi.

Il fatto è che la crisi della fede religiosa è evidente. Tanto più
la macchina si irrobustisce tanto più la religiosità diviene un bene
di consumo quasi privato, o limitato a piccoli gruppi relativamente
coesi. La logica del potere, ecclesiastico come anche laico, e la
logica del mercato, che va imponendosi rapidamente, trasforma i
fedeli in mercenari. La prospettiva del benessere diffuso, se non
proprio del consumismo, devasta le coscienze. La massa tende a
sfuggire all’azione della chiesa.

Le istituzioni assistenziali sono frutto dell’intraprendenza di
pochi e per lo più mostrano paradossalmente i segni di una crescente
disumanizzazione, per non dire della mancanza di rispetto per la
vita e la dignità degli indigenti. La chiesa è ben lontana dal fare
delle proprie istituzioni un modello di umanesimo. Le migliaia di
religiosi sono attivi in tutti i campi che contano, ma la loro fama,
invece che avvolta in un alone di riverenza, è piuttosto quella che
risulta dalla narrazione di Sacchetti o di Boccaccio.

Ma se il terreno in cui operare è indubitabilmente quello sociale,
il punto di partenza è sicuramente religioso ed esistenziale. Il
bisogno insopprimibile di credere per sfuggire alla morte
definitiva: «solo nella fede degli eretici ci si salva», è il motivo
ricorrente nelle parole di tutti gli inquisiti, solo uniformandosi
al loro esempio si può sperare nel messaggio salvifico del vangelo.
E non si tratta di pura superstizione: non risulta mai che i molti
che venerano una qualche eretico gli attribuiscano doni particolari
di guarigioni e chiaroveggenze. Solo Dolcino, sul finire della sua
parabola, ed ormai alle strette, scivola nel profetismo. Niente
miracoli, prodigi, riti misteriosi né tanto meno esoterici, niente
magia, ma impegno quotidiano, sensibilità reciproca, forte
solidarietà, senza arrivare mai ad una vita comunitaria.

Gli inquisitori, quando non tuonano, irridono. In loro è il fastidio
dell’intellettuale di fronte all’eccesso ed alla stravaganza. Non si
sforzano mai di capire che la società reale è diversa da quella che
essi presentano e si rappresentano. Paradossalmente è più religiosa
di quanto non la dipingano i predicatori. Nell’Italia settentrionale
verso la fine del Duecento sono attivi circa quattromila eretici,
divisi in vari gruppi per lo più di dimensioni ridotte e
ridottissime, ma tutti attivi in quello che oggi diremmo
volontariato. C’erano quattromila laici in associazioni culturali o
politiche? No, non c’erano. E questi eretici impegnati hanno qualche
cosa che manca ai laici: una religiosità eterogenea, più o meno
profonda, ma diffusa, che in qualche modo dà un senso alla loro
esistenza.

Ancora la «rivincita di Dio». Dopo la fede, le opere. Gli eretici
accanto ai propri simili più bisognosi. Mentre a Ferrara il signore
d’Este allontana i flagellanti che si avvicinano alla città, molti
eretici ospitano nelle proprie case i pellegrini scacciati. Questo
“volontariato ereticale” sparirà solo quando la solidarietà si farà
in maniera più incisiva e diffusa la regola, e non l’eccezione, nel
grande rigurgito di pietà che viene dopo la peste nera.

Ma la fede? In un quadro simile i problemi di trascendenza, di
sovrannaturale, di mistica in realtà appaiono in maniera totalmente
nebulosa. In costoro la domanda di divino non ha alcun sostegno
teorico, e l’eresia è perciò stesso destinata a morire infeconda.
L’assolutezza del credo ereticale, tipico di tanti fenomeni del
Medio Evo, per cui solo nella fede ereticale ci si salva, sarà
soppiantata dal nascente umanesimo, per il quale in ogni uomo abita
il divino, che inviterà ad impararlo a vivere in se stessi, imparare
ad ascoltare il divino, ad essere spirituali e liberi. Nascerà la
grande mistica, soprattutto femminile, del Tre-Quattrocento, e la
grande questione della povertà. Questi eretici invece non sanno
pregare, si limitano a qualche formuletta insignificante, non hanno
riti liturgici comuni e coagulanti, non hanno misteri, non hanno
luoghi di pellegrinaggio. Non per questo sono nati, e non di questo
si nutrono. Sono il frutto di un bisogno religioso, ma non sono un
popolo religioso. Insomma la loro spiritualità si vede e non si
vede. Il grande malinteso è questo: la conoscenza di per sé non da
sollievo allo spirito, e la scienza come il potere non porta alla
felicità. L’equivoco ad un certo punto è caduto e c’è stato un
risorgere di spiritualità, ma come seconda scelta, si potrebbe dire,
non come esigenza primaria. Hanno abbandonato la certezza
dell’ordine e della gerarchia, del preciso inserimento sociale e
religioso, ed il loro mondo è piuttosto quello del caos. E il caos è
dramma, tragedia, ma anche fermento.

Conclusione

Temi di una sconcertante modernità. Pensiamo alle recenti eresie di
don Primo Mazzolari, di don Zeno Saltini, di don Lorenzo Milani,
eresie di dover «fare» per «essere». Pensiamo allo sconvolgente
proliferare del volontariato laico dei nostri giorni, segno evidente
di una necessità di «fare» nell’assenza di una società solidale, che
non ha sostengo istituzionale, non ha guide dottrinarie, che non ha
alcun posto nel catechismo, ma che è così prepotente bisogno
esistenziale. Gli eretici parlano ancora.

Per ulteriori informazioni visitare il sito web personale
dell’autore, il Prof. Gabriele Zanella:
http://spfm.unipv.it/zanella/

Eretici e città italiane nel Due-Trecentoultima modifica: 2003-07-11T10:10:22+02:00da tempudo
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Eretici e città italiane nel Due-Trecento

Lascia un commento